Giulio Turcato
(1912-1995)
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SUBACQUEO, 1970 ca
(particolare del ciclo pittorico eseguito tra il 1712 e il 1715-16)
olio e tecnica mista su tela, cm 50 x 70

Esposizioni

  • “Omaggio a Giulio Turcato” Galleria Michelangelo, Bergamo, marzo 1971

Pubblicazioni

  • Il ritratto e la figura nel tempo, dipinti dal XVI al XXI secolo , a cura di R. Bellini,
    Galleria Michelangelo Bergamo, 2001, p. 27
  • Dipinti e sculture XII - XVIII secolo dalla raccolta Morandi – Bellini, a cura di R. Bellini,
    Bergamo, Novecento Grafico, 2007, p. 65

Provenienza

  • Bergamo Galleria Michelangelo
  • Bergamo, collezione privata

Scheda opera

  • Storia del ciclo pittorico di Villa Zanchi:

    Il dipinto è stato eseguito dal Cifrondi negli anni tra il 1712 e il 1715-16 nella Villa della famiglia Zanchi a Rosciate (Bergamo). Detto ciclo è ben documentato da Francesco Maria Tassi in “Vita del Cifrondi”, contenuta in Vite de' pittori scultori e architetti bergamaschi del 1793, opera fondamentale per la ricostruzione del percorso dell’artista.
    Al tal proposito il biografo scrive: "Passato poscia in casa Zanchi nell’anno 1712, cominciò le grandiosissime opere delle quali è ripieno tutto quel loro nobile appartamento di Campagna, che hanno nella terra di Rosciate; e quivi per quattro e più anni sempre dipingendo si trattenne. Tutta la gran sala con quattro vicine stanze sono interamente da vastissime tele ricoperte, ove in diverse sacre e profane istorie ha fatto vedere quanto fecondo fosse il di lui ingegno nell’inventare, e quanto facile e pronto il pennello nell’eseguire…"; e il biografo descrive minuziosamente una ventina di opere.
    L’artista realizzò una decorazione integrale (forse la più ampia e complessa da lui eseguita in ambito profano) che copriva, oltre ai soffitti e alle pareti, anche le sovrapporte e le porte stesse e, come ancora sottolinea il Tassi: "gli angoli vicino alle porte e alle finestre".
    La decorazione della villa di Rosciate era completa, comprendendo soggetti storici (Storie di Alessandro Magno, purtroppo perdute), soggetti mitologici, soggetti sacri, ritratti ed autoritratti, scene di caccia, figure "di genere". Alcune di queste ultime (oggi in collezioni cremonesi) si possono ricollegare al ciclo di Rosciate in base alle accurate descrizioni che esistono delle sale della villa.
    Il biografo ottocentesco del Cifrondi, P. Locatelli, indica che il punto di partenza per alcune delle scene non sacre è la pittura del francese Le Brun, con il quale probabilmente il clusonese ebbe rapporti durante il periodo trascorso in Francia.
    In questa vasta decorazione si ritrovano due importanti aspetti riguardanti il percorso artistico di Cifrondi: in primo luogo l’artista si trova in un momento di crisi nei confronti delle commissioni di dipinti sacri e, contemporaneamente nascono in lui curiosità naturalistiche, una rinnovata freschezza esecutiva, certi inserti ritrattistici quasi scherzosi (evidenti nell’autoritratto per esempio), una notevole attenzione alla realtà, il tutto derivante da nuovi stimoli.
    Tra la fine del soggiorno a Rosciate, da ritenersi concluso intorno al 1715-16 e il 1722 (anno di datazione degli Apostoli per la chiesa di S. Giuseppe a Brescia), non si ha alcuna notizia sicura né sulle vicende né sulle opere eseguite dal clusonese.
    La decorazione di Villa Zanchi rimase intatta fino a pochi decenni fa; oggi purtroppo è stata smembrata e in parte lasciata cadere in rovina. Passata dagli Zanchi ai Medolago e quindi ai Colleoni, la villa fu alienata da questi poco tempo dopo la seconda guerra mondiale, negli anni cinquanta. Già in quell’occasione alcune opere furono portate via da Rosciate; negli anni successivi vi fu una seconda occasione di dispersione delle opere cifrondiane; poiché il nuovo proprietario Signor Vestoni divise in due (orizzontalmente) il grande salone, le tele furono in quel momento smontate, arrotolate e messe in soffitta. Considerate perdute negli anni sessanta, solo la grande perseveranza di Pietro Capuani riuscì a riscoprirle, nel 1968.
    L’opera venne ritrovata in una soffitta, arrotolata, in cattivo stato di conservazione. Si è quindi reso necessario un intervento di restauro e purtroppo l’eliminazione di alcune parti dell’opera, resa illeggibile.

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ACROPOLI, primi anni '70
(particolare del ciclo pittorico eseguito tra il 1712 e il 1715-16)
tecnica mista e sabbia su tela, cm 85 x 100
firmato in basso a destra, firmato e dedicato a tergo

Autentica

  • Finarte, autentica su fotografia, Milano, 11 giugno 1974

Esposizioni

  • "Maestri della Pittura Moderna Italiana 1950-1970" Giulio Turcato, Sergio Romiti, Tino Vaglieri, Mino Ceretti, Bepi Romagnoni, (Galleria Michelangelo, Bergamo, giugno 2019)

Pubblicazioni

  • pubblicato sul catalogo Finarte n. 184 al n. 183, pag. 35

Provenienza

  • Finarte, asta n. 184 del 04.06.1974, catalogo pag. 35 n. 183
  • Mirandola (Modena), collezione privata
  • Bergamo, collezione privata

Scheda opera

  • Storia del ciclo pittorico di Villa Zanchi:

    Il dipinto è stato eseguito dal Cifrondi negli anni tra il 1712 e il 1715-16 nella Villa della famiglia Zanchi a Rosciate (Bergamo). Detto ciclo è ben documentato da Francesco Maria Tassi in “Vita del Cifrondi”, contenuta in Vite de' pittori scultori e architetti bergamaschi del 1793, opera fondamentale per la ricostruzione del percorso dell’artista.
    Al tal proposito il biografo scrive: "Passato poscia in casa Zanchi nell’anno 1712, cominciò le grandiosissime opere delle quali è ripieno tutto quel loro nobile appartamento di Campagna, che hanno nella terra di Rosciate; e quivi per quattro e più anni sempre dipingendo si trattenne. Tutta la gran sala con quattro vicine stanze sono interamente da vastissime tele ricoperte, ove in diverse sacre e profane istorie ha fatto vedere quanto fecondo fosse il di lui ingegno nell’inventare, e quanto facile e pronto il pennello nell’eseguire…"; e il biografo descrive minuziosamente una ventina di opere.
    L’artista realizzò una decorazione integrale (forse la più ampia e complessa da lui eseguita in ambito profano) che copriva, oltre ai soffitti e alle pareti, anche le sovrapporte e le porte stesse e, come ancora sottolinea il Tassi: "gli angoli vicino alle porte e alle finestre".
    La decorazione della villa di Rosciate era completa, comprendendo soggetti storici (Storie di Alessandro Magno, purtroppo perdute), soggetti mitologici, soggetti sacri, ritratti ed autoritratti, scene di caccia, figure "di genere". Alcune di queste ultime (oggi in collezioni cremonesi) si possono ricollegare al ciclo di Rosciate in base alle accurate descrizioni che esistono delle sale della villa.
    Il biografo ottocentesco del Cifrondi, P. Locatelli, indica che il punto di partenza per alcune delle scene non sacre è la pittura del francese Le Brun, con il quale probabilmente il clusonese ebbe rapporti durante il periodo trascorso in Francia.
    In questa vasta decorazione si ritrovano due importanti aspetti riguardanti il percorso artistico di Cifrondi: in primo luogo l’artista si trova in un momento di crisi nei confronti delle commissioni di dipinti sacri e, contemporaneamente nascono in lui curiosità naturalistiche, una rinnovata freschezza esecutiva, certi inserti ritrattistici quasi scherzosi (evidenti nell’autoritratto per esempio), una notevole attenzione alla realtà, il tutto derivante da nuovi stimoli.
    Tra la fine del soggiorno a Rosciate, da ritenersi concluso intorno al 1715-16 e il 1722 (anno di datazione degli Apostoli per la chiesa di S. Giuseppe a Brescia), non si ha alcuna notizia sicura né sulle vicende né sulle opere eseguite dal clusonese.
    La decorazione di Villa Zanchi rimase intatta fino a pochi decenni fa; oggi purtroppo è stata smembrata e in parte lasciata cadere in rovina. Passata dagli Zanchi ai Medolago e quindi ai Colleoni, la villa fu alienata da questi poco tempo dopo la seconda guerra mondiale, negli anni cinquanta. Già in quell’occasione alcune opere furono portate via da Rosciate; negli anni successivi vi fu una seconda occasione di dispersione delle opere cifrondiane; poiché il nuovo proprietario Signor Vestoni divise in due (orizzontalmente) il grande salone, le tele furono in quel momento smontate, arrotolate e messe in soffitta. Considerate perdute negli anni sessanta, solo la grande perseveranza di Pietro Capuani riuscì a riscoprirle, nel 1968.
    L’opera venne ritrovata in una soffitta, arrotolata, in cattivo stato di conservazione. Si è quindi reso necessario un intervento di restauro e purtroppo l’eliminazione di alcune parti dell’opera, resa illeggibile.

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BIOGRAFIA
Giulio TURCATO

Mantova, 1912 – Roma, 1995

Note biografiche:

Giulio Turcato nasce a Mantova nel 1912. Dopo un breve trasferimento in Calabria, la famiglia decide di stabilirsi a Venezia nel 1920, città che, con il suo patrimonio artistico, esercita una grande influenza nella vita di Turcato.
Si iscrive all’Istituto d’Arte nel 1928, all’età di 16 anni, sebbene la famiglia avrebbe preferito qualsiasi altra professione rispetto a quella di artista. Nel 1934 completa lo studio con un corso di disegno presso la Scuola libera del nudo e contemporaneamente inizia a lavorare come disegnatore tecnico; nello stesso anno le sue opere vengono esposte per la prima volta in una collettiva: la IV Mostra dell’Artigianato di Venezia.
L’artista si trasferisce a Milano nel 1936 e dopo un breve periodo di vagabondaggio trova lavoro presso lo studio dell’architetto Giovanni Muzio, inventore insieme a Giò Ponti, del Nuovo Design.
Nel 1937 conosce Renato Birolli e gli artisti del gruppo di resistenza clandestino: Corrente; nel corso dello stesso anno tiene la sua prima mostra personale a Milano.
La tubercolosi lo colpisce nel 1939 come già avvenne qualche anno prima durante l’addestramento da ufficiale militare a Palermo ed è costretto al ricovero in sanatorio in Veneto per poi concludere la guarigione a Roma nel 1941; l’artista ricorderà in futuro la sua malattia, che torna regolarmente a fargli visita, come parte della propria formazione artistica.
Turcato infatti trova il tempo per dipingere nonostante la guerra ed i malanni e nel giugno del 1943 l’opera Natura morta viene esposta alla IV Quadriennale di Roma.
Sono anni in cui l’artista partecipa attivamente alla resistenza mettendo a rischio se stesso per i propri ideali, infatti si tratta di una fase molto importante per la sua ricerca artistica, che si radica in lui influenzando anche le scoperte future.
Nell’autunno del 1945, nell’ambito dell’avanguardia, Turcato contribuisce alla fondazione dell’Art Club, la prima associazione d’arte italiana, insieme ad Enrico Prampolini e all’artista polacco Joseph Jarema, partecipando anche alla prima mostra dell’associazione, presso la Galleria San Marco. Prampolini intende l’Art Club come uno spazio in cui gli artisti possono esporre ma anche incontrarsi in via informale, e dove, in una visione più ampia, sono in grado di collegarsi alla comunità artistica internazionale attraverso un linguaggio innovativo e universale.
La presentazione delle ultime scoperte pittoriche fra i giovani artisti francesi esercita un’influenza profonda sulla nuova generazione di artisti italiani, e Turcato inizia a deviare dall’arte figurativa fin dal 1946.
Firma il manifesto della Nuova Secessione Italiana nell’ottobre di quell’anno (poi ribattezzata Fronte Nuovo delle Arti un mese dopo), mentre a dicembre, Turcato è coautore insieme a Fazzini, Guttuso e Monachesi, del Manifesto del Neo-Cubismo, che esprime l’esigenza di raffigurare la realtà attraverso un “rinnovamento del linguaggio”.
A Parigi, in compagnia di Consagra, Maugeri, Attardi, Sanfilippo e Accardi, l’artista visita gli studi di Picasso, Léger e Giacometti e vede le opere di Klee e Kandinsky nei musei; incontra Brancusi, Arp, Laurens e Hartung;
Il 15 marzo 1947 è fra gli altri otto artisti che redigono il manifesto di FORMA 1, collettivo che dichiara di praticare un’arte non solo marxista ma anche formalista.
Si deve attendere l’ottobre del 1947 per la mostra inaugurale ufficiale di FORMA 1, che si tiene presso l’Art Club e presenta opere di Turcato, Consagra, Dorazio, Guerrini, Maugeri e Perilli.
Turcato combatte per mantenere un proprio personale orientamento in pittura, mentre a livello più generale crescono i dissensi fra astrattisti e realisti.
Il 1947 è anche l’anno in cui si trasferisce definitivamente a Roma, per proseguire il proprio percorso di ricerca.
Il suo spirito libertario e antiaccademico continua ad andare controcorrente anche all’interno del partito “rivoluzionario e d’opposizione” senza mai interrompere la sua vocazione fortemente individuale e sperimentale, sempre con una “partecipazione laterale e di transito” (come sottolinea il critico Flaminio Gualdoni).
Nell’agosto del 1948, visita la Polonia come membro di un gruppo di 40 delegati al Primo Congresso Globale degli Intellettuali per la Pace; durante il soggiorno, l’artista visita Cracovia, Auschwitz, Lodz e Varsavia; dal viaggio aereo verso la capitale bombardata trae ispirazione per la prima versione di Rovine di Varsavia, presentata nel 1949, che gli vale ancora una volta le lodi del PCI, in quanto artista pronto a ignorare la precedente, deviante fase astratta della Biennale del 1948.
Negli anni ’50-’60, con l’affermazione dell’Astrattismo si precisa in Giulio Turcato l’aspirazione a un ideale e totalizzante universo pittorico, la quale fa sì che si trasformi in pittura ogni cosa toccata dalla sua immaginazione, al di là di ogni discriminante tecnica ed esecutiva; la sperimentazione dello stesso Turcato intorno a una sorta di Neo-Dadaismo inizia negli anni Sessanta, ed inaugura una fase più concettuale, ironica e ludica.
Nel 1952, in un mercato artistico ancora depresso, l’Italia lotta per un riconoscimento da parte della comunità artistica internazionale; Il critico Lionello Venturi invita Turcato, Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso e Vedova a unirsi al suo Gruppo degli otto; sotto la sua egida, Turcato espone cinque pezzi alla Biennale di quell’anno.
Turcato fu sempre uno spirito inquieto e battagliero, libero, creativo e ribelle nella politica come nell’arte, dove mai si adeguò al conformismo imperante del cosiddetto “Realismo Socialista” del Pci. Ammirò per un breve periodo anche la rivoluzione cinese, per poi rimanerne deluso. Restò nel Pci fino al 1956, quando durissimo fu lo scontro diretto con Palmiro Togliatti e Antonello Trombadori, voce ufficiale del partito in tema d’arte; “Perché, a parte le considerazioni politiche, nel PCI non esiste un minimo di libertà d’espressione per gli artisti. L’equivoco sta nel fatto che ti dettano come devi dipingere, come devi seguire un determinato schema figurativo. Che poi ora ci sia qualcuno che fa l’espressionista non vuol dire nulla. Per il PCI tutta la pittura che non si adegua a certe direttive è pittura borghese. Cioè, pittura di una società marcia”. (Giulio Turcato 1956).
Nel giugno 1956, pochi mesi dopo le rivelazioni del presidente Krusciov sui crimini di Stalin commessi in febbraio e qualche mese prima dell’invasione sovietica dell’Ungheria, avvenuta in ottobre, Turcato, imperterrito, si reca in viaggio in Cina con una delegazione del PCI, ed espone a Shanghai con Sassu, Tettamanti, Zancanaro, Raphael e Fabbri nella mostra ‘Cinque Pittori Italiani in Cina’.
Dopo il viaggio in Asia, gli ideogrammi cinesi lo perseguitano e iniziano a comparire nelle sue opere; l’arte di Turcato evolve verso un’astrazione sempre più rarefatta e caratterizzata da rappresentazioni oniriche; un’intensa ricerca del colore diventa quindi la sola e unica ideologia che sembra disposto a sostenere.
Dopo un anno di mostre in Italia e all’estero e l’attenzione di grandi critici come Venturi ed Enrico Crispolti, il riconoscimento pubblico di Turcato raggiunge nuove vette nel 1958, quando gli viene offerta una stanza personale alla XXIX Biennale di Venezia, in cui vince il Premio Nazionale Commissariato per il Turismo. Nel 1959 l’artista fa ormai parte del circuito artistico internazionale: partecipa a Documenta II a Kassel ed espone presso il New Vision Centre di Londra.
L’ultimo gruppo con cui Turcato si allinea è Continuità, nel 1960; grazie al promotore, Giulio Carlo Argan, Turcato ottiene anche una personale presso il New Vision Centre di Londra nel gennaio 1961 mentre sotto l’egida di Continuità, le opere di Turcato vennero esposta insieme a quelle di Novelli, Perilli, Dorazio, Consagra, Bemporad, Giò e Arnaldo Pomodoro, in varie gallerie d’Italia fino al 1962.
Nel 1961 a un mese di distanza il cosmonauta sovietico Yuri Gagarin e l’astronauta statunitense Alan Shephard orbitano intorno alla Terra; Turcato dipinge Astronomica (1959), Cosmogonia (1960) e Tranquillanti per il mondo (1961). Avendo sentito dire che il colore viene percepito diversamente nello spazio extraterrestre, nel 1962 comincia a sperimentare realizzando la serie Fuori dallo spettro; dieci anni più tardi questi esperimenti culmineranno in una mostra di sette opere, intitolata ‘Oltre lo spettro’ presso la Galleria Square di Milano nel 1972.
Il 23 gennaio 1964, Turcato sposa la cineasta Vana Caruso; in seguito raggiunge la consorte in Egitto, sul set del film La Bibbia, diretto da John Huston. Il viaggio gli fornisce l’ispirazione per dipingere Porta d’Egitto, nel 1965, nonché Pronunciamento, considerata una delle sue opere più importanti, terminata nel castello di Huston, a Galway, in Irlanda, per una mostra presso la Marlborough Gallery di Roma nel 1965.
Nel 1966 Turcato vince il Premio della Presidenza del Consiglio alla Quadriennale di Roma, e il suo successo è coronato dall’acquisto di una delle opere della serie Superficie Lunare da parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna; espone altre opere della serie nella sua stanza personale alla XXXIII Biennale di Venezia.
Distintiva e assolutamente personale è la sua adesione alla pittura informale, adesione che coincide con l’abbandono della tela come supporto. Spicca e stupisce il suo imprevedibile utilizzo di materiali i più diversi fra loro; risalta l’incredibile immissione di oggetti a mo’ di frammento narrativo (pillole medicinali, banconote), o sollecitazione formale (catrame, sabbie, polveri luminescenti e fluorescenti), fino a mettere in discussione, con l’originale impiego di tratti di stile basati su segni e gesti, tutti quegli elementi tradizionali di espressione artistica come le linee, i colori e gli elementi figurativi oltre che i supporti stessi dell’opera e gli strumenti per eseguirla. Parlano da soli tanti titoli: La Pelle, Ritrovamenti, Tranquillanti, Superficie Lunare, Arcipelago, Astrale, Itinerari, Oltre Lo Spettro, Cangiante.
Nel 1974 Italo Mussa e Giovanna dalla Chiesa curano una sua mostra antologica presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, in cui vengono presentate più di 300 opere realizzate tra 1945 e il 1974; questa grande esposizione è la seconda mostra antologica a lui dedicata, dopo quella di Palazzo Ancaiani a Spoleto, curata da Giovanni Carandente. Da questo momento in poi, l’artista viene invitato a tenere una serie di mostre analoghe che, dopo quella di Bucarest del 1979 e quella di Ginevra del 1980, culmina in una retrospettiva presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1986, curata da Augusta Monferini, con opere provenienti dalla collezione Natale, databili fra gli anni Quaranta e Cinquanta, e che non erano più state viste dopo la prima esposizione.
In questi anni sono pubblicate due importanti monografie: la prima nel 1971 di Giorgio de Marchis con un'introduzione di Pierre Restany; la seconda nel 1982 di Flaminio Gualdoni che include un’intervista dell’autore a Turcato ricca di significative dichiarazioni e memorie.
Un numero importante di mostre marcarono gli ultimi anni della sua vita, tra i quali quella curata da Gérard George Lemaire al Castello Cinquecentesco a L’Aquila e una da Maurizio Calvesi al Museo di Arte Moderna di Ca’ Pesaro a Venezia, entrambe nel 1990.
L’ultima personale dell’artista risale al 1992 ai Banchi Nuovi a Roma dove mise in mostra gli ultimi bei quadri della sua produzione. Nel 1994 le sue opere furono incluse nella mostra di Germano Celant ‘The Italian Metamorphosis: 1943 – 1968’ al Museo Guggenheim di New York. Poco dopo la chiusura della mostra un articolo appare in The New York Times: Giulio Turcato, ‘membro prominente dell’Avanguardia italiana del dopoguerra’.
Giulio Turcato muore all’età di 83 anni il 22 gennaio 1995 nella sua casa a Roma in Via del Pozzetto.
Nella primavera dopo la sua scomparsa, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna organizza un Omaggio a Giulio Turcato, presentando quattro sue storiche opere d’arte: Rivolta (1948), Superficie lunare (1965), Ricordo di San Rocco (1954) e Ricordo di New York (1963).
Turcato ha saputo imporre al ‘900 artistico un proprio inimitabile linguaggio, facendo della forma-colore la ragione di una ricerca inesausta, di una sperimentazione durata sino ai suoi ultimissimi anni di vita; è stato un esploratore straordinario, che ha fatto dell’arte il codice per interpretare il mondo in tutti i suoi aspetti, dalla biologia all'entomologia, dalla fisica all'astronomia: tutto diventa occasione per nuove invenzioni di forme e colori che ridefiniscono l'immaginario umano, individuale e collettivo.

Principali musei e luoghi di culto in cui sono conservate le sue opere :

  • Bergamo (Accademia Carrara)
  • Bergamo (Museo Diocesano)
  • Lovere, Bergamo (Accademia Tadini)
  • Brescia (Pinacoteca Tosio-Martinengo)
  • Chambery (Accademia di Belle Arti)

    Sue opere si trovano inoltre in numerosissime chiese di Bergamo e provincia, di Brescia, nonché in collezioni private.

Bibliografia :

  • Enciclopedia Universale Seda della Pittura Moderna, Milano, Seda, 1969

  • Turcato, a cura di G. De Marchis, Ed. Prearo, Milano, 1971

  • Omaggio a Giulio Turcato, Ed. Galleria Michelangelo, Bergamo, 1971

PUBBLICAZIONI
Pubblicazioni a cura della Galleria relative all'artista . 
IL RITRATTO E LA FIGURA NEL TEMPO, dipinti dal XVI al XXI secolo
a cura di R. Bellini, Bergamo, Galleria Michelangelo, 2001
47 tavole a colori e biografie degli artisti.
Pagine 80
Prezzo: € 25,00RICHIEDI IL CATALOGO
Dipinti e sculture XII - XVIII secolo 
dalla raccolta Morandi – Bellini
a cura di R. Bellini, Bergamo, Novecento Grafico, 2007 
45 tavole a colori
pagine 80.
Prezzo: € 20,00RICHIEDI IL CATALOGO
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